Currado Malaspina

 La prima ed effettiva profezia si ha per bocca di Currado Malaspina, al canto VIII: cominciò ella, « se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era. Fui chiamato Currado Malaspina; non son l'antico, ma di lui discesi; a' miei portai l'amor che qui raffina ». Purg. VIII, vv. 115-120 dove si predice la futura associazione di Dante con la sua famiglia. In termini di profezia, non si riscontrano sostanziali differenze tra quelle pronunciate dalle anime purganti, a qualsiasi livello si incontrino, e quelle date a Dante dai dannati dell'Inferno. Possiamo disquisire sulle motivazioni che spingono questi ultimi a squarciare il velo del futuro sotto gli occhi del pellegrino, ma la loro conoscenza degli eventi a venire è tanto accurata quanto lo è quella delle anime del Purgatorio. Dante risponde a Currado, complimentandosi con la sua famiglia, ovviamente verrebbe da dire, ma affrontando diversi temi, tra cui la conferma (attraverso indi...

Pape satàn, pape satàn aleppe

 I demoni che si rivolgo a Dante lo fanno quasi sempre con un linguaggi comprensibile agli esseri umani, a chi è in vita o a chi lo è stato in passato: Caronte, Minosse, Malacoda, etc. Fanno eccezione due personaggi: Pluto e Nembrot, i quali rivolgono a Dante parole apparentemente incomprensibili.

Si può però supporre che il senso generale delle loro espressioni sia o di stupore, per la presenza di un vivo nel regno dei morti, o di minaccia. Inoltre, viene facile pensare che Dante non abbia, per così dire, inventato di sana pianta i termini, ma li abbia ricavati da lingue esistenti per poi deformarli a suo piacimento, per lasciar intendere come quei due personaggi distorcessero idiomi comprensibili, spinti dalla perversione che li caratterizza. Nel primo caso, quello di Pluto, l'espressione è quasi certamente di rabbia, se Virgilio lo apostrofa poi dicendo: "Consuma dentro te con la tua rabbia", e di lotta, se dopo le parole del savio, esso si accascia lasciando forse intendere che si fosse levato per lottare, appunto.

Quale lingua può aver usato Dante, da modificare e alterare, affinché ne traesse un idioma di per sé incomprensibile? Di certo è da escludere l'ebraico (lingua della grazia); o la lingua di Adamo (consegnata al genere umano direttamente da Dio e dunque troppo pura da essere messa in bocca a una creatura infernale). Per far parlare un demone, e non uno qualsiasi, ma Pluto, "il gran nimico", sarebbe stato opportuno ricorrere a una delle lingue del peccato, che si erano generate a seguito della caduta della Torre di Babele, e tale idioma, considerata tutta la cultura legata a Plutone e al mito in generale, non poteva che essere il greco. Non il greco contemporaneo a Dante, né quello della letteratura, ma un greco imbarbarito, corrotto fin dalle origini e che quasi più nulla poteva avere di intellegibile. L'unica cosa che poteva ancora conservare, in comune con la lingua greca ancora nota, era costituita dalle radici.

Partiamo dal termine ALEPPE. Se Pluto si prepara alla lotta, ha bisogno di forza, di qualcuno che gli dia coraggio e questo, per il lottatori, equivaleva all'essere unti. Il termine greco è άλείφείν, la cui radice è λείν, o άλείν, che Dante può aver assunto e che può aver riconosciuto nel termine άλείπτηξ, a cui corrisponde in latino aliptes: ungere. Sempre in termini di radici, Dante deve aver ridotto l'imperativo άλείφε, o άλείπε, traslitterato in aleppe, ovvero "Satana, dammi forza!"

Resta PAPE, che crediamo sia semplicemente un vocativo di παπποξ, latino papus, ovvero "avo", "antico padre". Da qui, il vocativo diviene παπε, da cui ancora pape, molto conveniente al grido di Pluto e delle circostanze descritte. Esso sta dunque invocando in Satana l'antico padre perché gli dia forza. In questo modo, il grido di Pluto suona nella lingua corrente come:

PADRE SATANA, PADRE SATANA, AIUTO!

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