Currado Malaspina

 La prima ed effettiva profezia si ha per bocca di Currado Malaspina, al canto VIII: cominciò ella, « se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era. Fui chiamato Currado Malaspina; non son l'antico, ma di lui discesi; a' miei portai l'amor che qui raffina ». Purg. VIII, vv. 115-120 dove si predice la futura associazione di Dante con la sua famiglia. In termini di profezia, non si riscontrano sostanziali differenze tra quelle pronunciate dalle anime purganti, a qualsiasi livello si incontrino, e quelle date a Dante dai dannati dell'Inferno. Possiamo disquisire sulle motivazioni che spingono questi ultimi a squarciare il velo del futuro sotto gli occhi del pellegrino, ma la loro conoscenza degli eventi a venire è tanto accurata quanto lo è quella delle anime del Purgatorio. Dante risponde a Currado, complimentandosi con la sua famiglia, ovviamente verrebbe da dire, ma affrontando diversi temi, tra cui la conferma (attraverso indi...

La profezia di Ciacco

 Questa è la prima profezia post eventum dell'intero Poema e viene consegnata a Dante personaggio dall'anima di un individuo, la cui identità era e resta ignota, sia a Dante stesso che a noi lettori. Siamo al VI canto, III cerchio (dove è punita la colpa della gola), al verso 64: è possibile notare una prima e decisamente curiosa particolarità: tra la profezia del veltro (canto I al verso 105) e questa (canto VI, verso 64) intercorrono 666 versi.

E quelli a me: "Dopo lunga tencione,

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l'altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l'altra sormonti

con la forza di tal che testè piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l'altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n'aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c'hanno i cuori accesi.

Inf. VI, vv. 64-75

Come detto, l'identità di Ciacco resta oscura e l'accento sulla questione è posto dall'anima stessa, sia all'inizio che alla fine del suo intervento, senza che Dante riesca poi a identificarlo in qualche modo. A tal proposito si possono fare alcune considerazioni: Dante personaggio non sa chi sia il suo interlocutore, ma gli domanda comunque di rivelare, se può, quali saranno le sorti della città di Firenze. C'è da chiedersi come faccia Dante a sperare in una risposta e perchè pensa che Ciacco possa sapere quanto sta per accadere. Dopo tutto Dante non ha ancora avuto modo di rendersi conto che i dannati hanno il dono della preveggenza. Limitata certo, ma qualcosa riescono a vedere. Si può affermare che le parole di Virgilio, in merito alla venuta del veltro, gli abbiano suggerito questa eventualità, ma c'è da dire che Virgilio è un sospeso e non un dannato e che la sua fama nel Medioevo era comunque quella di profeta pagano, il chè non avrebbe implicato che tutte le anime dei defunti avessero quelle stesse capacità. In secondo luogo, per quale ragione ritiene che le risposte alle sue domande possano giungergli da uno sconosciuto, e per giunta (con ogni probabilità) neanche fiorentino?

La profezia in sè può essere divisa in tre parti: una prima, relativa a eventi che avverranno a Firenze, con chiaro riferimento alla rissa tra Cerchi e Donati avvenuta il primo Maggio del 1300, durante una festa in piazza Santa Trinità.

Nella seconda parte, si accenna a un periodo di tre anni ("infra tre soli"); se i "soli" vengono considerati anni solari pieni, questi dovrebbero essere il 1300 (anno del viaggio), il 1301 e il 1302. Se l'ingresso di Carlo di Valois a Firenze è del Novembre del 1301, a cui seguirono le proscrizioni dei Bianchi a partire dal Gennaio del 1302, fino al Novembre dello stesso anno, e fissiamo l'esilio di Dante al 10 Marzo del 1302, ecco che l'epressione "infra tre soli" assume un significato specifico che fa della profezia di Ciacco, una profezia post eventum e dà credito alla teoria secondo cui l'anno in cui si svolge il viaggio dantesco sia il 1300.

La terza e ultima parte è quella che non può più essere interpretata come post eventum, dal momento che l'indicazione temporale torna a essere generica: "lungo tempo". Boccaccio stesso mette in evidenza come questo periodo duri fino ai suoi giorni.

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