Provenzan Savani

 In chiusura di canto, l'XI, si fa un breve accenno all'esilio di Dante; Oderisi da Gubbio si riferisce a Provenzan Salvani e Dante si domanda come possa un'anima tanto orgogliosa essere già nella prima cornice e non nell'Antipurgatorio. È Oderisi stesso a fornire la spiegazione, proponendo l'aneddoto secondo cui Salvani, al culmine della sua gloria, al fine di riscattare un amico tenuto prigioniero da Carlo I d'Angiò, si umiliò mendicando nel centro di Siena. «Quando vivea più glorioso », disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s'affise; e lì, per l'amico suo di pena ch'è sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena. Più non dirò, e scuro so che parlo; ma pocoi tempo andrà, che ' tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo. Quest'opera li tolse qui confini». Purg. XI, vv. 133-142 La profezia in sè è oscura e vaga, ma il parallelismo tra la vicenda di Salvani e Dante esule è abbastanza evidente...

Purgatorio - canto VI

 Con questo post si apre la serie delle profezie  della seconda Cantica.

Il primo esempio non può essere considerato a tutti gli effetti una profezia, ma con ogni probabilità una richiesta di giustizia da parte di Dante poeta. Analizziamola nel dettaglio.

I versi in questione sono:

O Alberto tedesco ch'abbandoni

costei ch'è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio dalle stelle caggia

sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

Purg. VI, vv. 97-102

Certo è che il riferimento va a un evento futuro, e la prima interpretazione vede la morte dell'Imperatore Alberto I d'Austria (incoronato nel 1298) avvenuta nel 1308. Se però si presta attenzione al testo, emerge una versione alternativa: le parole di Dante potrebbero riferirsi alla morte del figlio Rodolfo, nel Giugno del 1307, se il termine "sangue" si riconduce ai membri della famiglia.

Poichè non ci sono verbi al futuro, il passo può essere interpretato più come un appello alla giustizia, che Dante auspica, e un desiderio affinchè il giudizio divino cada ("caggia"). Il ché è diverso dall'affermare che la qual cosa accadrà sicuramente. L'idea principale quindi che si può dare alla coppia di terzine è quella di una condanna (o maledizione) su Alberto, e sembra  anche accordarsi con la serie di invettive e apostrofi di tutto il canto.

Anche se la predizione in sè si presenta come un post eventum, il tono è quello di una richiesta di giustizia e quasi un avvertimento al successore di Alberto stesso.

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