Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d'aver avuta possa;
perchè suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero.»
Io non so se più disse o s'ei si tacque,
tant'era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
Purg. XVIII, vv. 118-129
L'anima afferma di assere stato abato in San Zeno al tempo di Federico I, imperatore tra il 1152 e il 1190; quasi tutti i commentatori lo identificano in Gherardo II, morto nel 1187. Ciò che però qui è più significativo è il suo legame con il monastero, dal momento che rappresenta il collegamento con la sua previsione. Fin dai primi commenti, il protagonista del racconto viene identificato in Alberto della Scala, considerato con "un piede nella fossa" e la sua imminente morte, avvenuta nel 1302, è l'oggetto della profezia. Il termine "tosto" ha qui un accezione molto forte, data la vicinanza dell'evento. Da Pietro di Dante all'Ottimo, dal Buti al Benvenuto, si afferma che tale Alberto rimpiangerà la sua misura di potere nei confronti del monastero: la trasgressione fu quella di porre il figlio illegittimo Giuseppe al posto di abate nel 1292, che occupò fino al 1313, da qui si può dedurre che Dante conoscesse personalmente la persona. Sembra addirittura che la pratica di nominare i propri figli illegittimi in posizioni di abate nei monasteri fosse piuttosto consueta da parte della famiglia della Scala. Il nodo della questione è che Dante non sembra semplicemente disprezzare l'uomo, tanto è vero che già l'Ottimo osservava come i principali difetti di Giuseppe non permettessero di ricoprire la carica: la deformità ne escludeva la dignità dell'ufficio; l'insanità mentale comportava il veto da parte della Chiesa; l'illegittimità avrebbe richiesto una dispensa papale. La critica di Dante sembra rilfettersi più su Alberto che non su Giuseppe stesso, dato che mise al posto di abate un individuo totalmente inadatto. Questo atteggiamento rende Alberto, agli occhi di Dante, in parte responsabile della crisi morale della Chiesa di cui Marco Lombardo ci ha parlato nel XIV canto.
In ultima analisi, questa profezia si configura come post eventum, ed esprime un giudizio morale a un evento storico già accaduto: l'elemento inusuale è che il giudizio viene pronunciato su un evento che è già storia al momento fittizio della consegna della profezia. La morte di Alberto non viene interpretata come una punizione per il suo abuso di potere, nè è chiaro come verrà punito a tutti gli effetti, se dannato all'Inferno o salvato in Purgatorio.
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