Ugo Capeto

 Nel XX canto del Purgatorio, Dante ci presenta un illustre personaggio: Ugo Capeto. La critica ha rilevato diverse inesattezze nella storia riportata, e sembra addirittura che il Poeta abbia confuso Ugo Magno, il padre, e suo figlio Ugo Capeto, per l'appunto, che divenne poi Re di Francia. Tale questione, però, esula dal contenuto della profezia pronunciata. Il protagonista la introduce attraverso una breve storia della monarchia francese fino ai tempi di Dante stesso. Egli è il capostipite dei regnanti e in questo resoconto introduce anche un giudizio morale. Dante di lui conosce poco e confonde nomi e ruoli, ma, sebbene sia morto trecento anni avanti il presente, si dimostra stranamente edotto sui recenti accadimenti.


Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

potesser, tosto ne saria vendetta;

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Purg. XX, vv. 46-48

L'appello alla giustizia sembra di natura in effetti profetica.

La sconfitta francese a Courtrai del 1302 sembra essere ciò a cui queste parole fanno riferimento, sebbene, l'ipotetica espressa da Ugo induca a credere che si tratti di un condizionale irreale e dunque i governanti di queste città non potranno mai avere vendetta. Di conseguenza, la battaglia in questione non si configura come profezia post eventum, ma come risposta per il suo appello alla giustizia.

Il nucleo centrale della profezia di Ugo è molto lungo e si articola in merito a più eventi e a più personaggi storici:


Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

per far conoscer  meglio e sé e' suoi.

Sanz'arme n'esce e solo con la lancia

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta

guadagnerà, per sé tanto più grave,

quanto più lieve simil danno conta.

L'altro, che già uscì preso di nave,

veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l'altre schiave.

Purg. XX, vv. 70-81

La predizione indica l'ingresso di Carlo di Valois a Firenze nel 1301 quale pacificatore. Ugo descrive le motivazioni di Carlo e il suo tradimento ai danni dei Guelfi Bianchi. Le parole secondo cui non guadegnerà terre, ma onta, riecheggiano nell'appellativo Senzaterra che gli verrà affibbiato e con cui passerà alla Storia.

La parte successiva riguarda invece Carlo II, di cui si riporta la sua cattura nel 1284 nel Golfo di Napoli. Ciò che Ugo vede come evento futuro è il matrimonio della figlia, Beatrice, con Azzo VIII d'Este nel 1305, per motivi di guadagno finanziario: Modena e Reggio. A tutti gli effetti, la figlia fu quindi venduta, come una qualsiasi schiava da comuni corsari.

La parte conclusiva della sua profezia continua:

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,

e tra vivi ladron essere anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma senza decreto

portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto

a vedere la vendetta che, nascosa,

fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?

Purg. XX, vv. 85-96

Il fiordaliso rappresenta la Francia in senso lato, e Filippo di Nogaret in senso stretto; la sovrapposizione di Bonifacio VIII con la figura del Cristo risulta in ogni caso piuttosto forzata, dal momento che il papa, secondo anche il racconto del Villani, si getta nel ruolo del Cristo. L'espressione "vicario suo" servirebbe a Dante per non riportare il nome di Bonifacio, come a voler distinguere l'ufficio del Papa e l'individuo, uomo condannato da Dante a tutto tondo. Sebbene Bonifacio, inoltre, in questo specifico caso possa essere visto come Cristo, ciò non toglie che l'episodio resti confinato a questo particolare evento e non si possa estenderne la validità a più ampi scenari. Il parallelismo tra Cristo e Bonifacio sembra continuare nelle parole di Ugo, quando questi afferma che il Papa sarà ucciso (come il Cristo), ma stavolta si contrappone un'occorrenza diversa: i ladroni, che nel resoconto evangelico muoiono con Gesù, qui restano vivi. Si potrebbe trattare quasi certamente di Filippo di Nogaret e di Sciarra Colonna.

C'è da notare un aspetto interessante, che emerge dalla natura stessa della profezia, ovvero gli elementi figurali ed esegetici. Ugo afferma di vedere gli eventi che accadranno, ma in realtà ne sta dando un'interpretazione, scritturale, potremmo dire. Quando vede il fiordaliso entrare in Anagni, vede poi o Bonifacio o Cristo, in quanto opera di esegesi figurale. Vedere però un "novo Pilato" è impossibile: o vede Filippo, che in realtà non è Pilato, o vede Pilato, che però così non è nuovo. Ugo dice "veggio" ma ciò che trasmette è un'interpretazione scritturale, non una descrizione fisica. Ciò suggerisce, in primo luogo, che Dante abbia compreso questo metodo di profezia, basato sull'interpretazione e l'applicazione dei testi; e secondo, che ha scelto di non usare questo metodo nella Commedia. Questo contrasto pone Dante personaggio e poeta in compagnia di visionari e profeti e non con commentatori ed esegeti.

Facciamo notare infine che in questo canto, e in modo abbastanza insolito, viene riportata una profezia piuttosto lunga; l'analogo canto dell'Inferno, dedicato proprio agli indovini, vede numerosi dannati puniti proprio per questo peccato, ma che tacciono per l'intero episodio.




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